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Sulla scia dei dati usciti da Zoomark (uno su tutti: in Italia si spendono 2 miliardi di euro l’anno per la cura degli animali domestici), l’inserto 7 del Corriere della Sera esce con l’inchiesta (in copertina)  “Un cane vale più di un uomo?”. Irene Soave, con una buone dose di ironia, fotografa il fenomeno della mania dei pet in tutta la sua assurdità: la tendenza a considerarli al pari (o addirittura più) dei bambini, di comprargli vestitini e accessori di lusso e di idealizzarli alla dimensione di giocattolo, allontanandoli dalla loro natura (sono i discendenti del lupo, con cui condividono quasi per intero il dna).

L’articolo affronta in particolar modo la dimensione “social” di questo fenomeno, che arriva a generare milioni di like, influenzare i mercati e muovere consistenti cifre di denaro. La moda di sfoggiare il proprio cagnolino o altro animale domestico su facebook e instagram è qualcosa di travolgente. Su Instagram si contano oltre 100 milioni di foto legati agli hashtag di cani e gatti.

E addirittura ci sono delle star, che raccolgono decine di milioni di like in tutto il mondo per le loro particolari caratteristiche anatomiche, che in realtà sono malformazioni e malattie spesso dolorose. Vanno in tour, hanno sponsor e gadget con la loro effige. Si va dal gatto nano dal musino scontento protagonista di un business da 100 milioni di dollari al cane Marnie che ha addirittura un e-commerce a lui dedicato, particolare perché ha una sindrome che lo costringe a vivere perennemente a lingua in fuori e via così con decine di soggetti. Le pet freak star sono la più aberrante conseguenza di una eccessiva umanizzazione degli animali, che ha spinto decisamente oltre il limite quello che è un naturale sentimento di empatia che proviamo dalla notte dei tempi per il cane e gli altri ausiliari dell’uomo.

Al punto di farne degli esseri deformati e piegati al nostro gusto, al di là della loro utilità effettiva. E’ noto infatti che nelle razze “di moda’’, ricorda la Soave “vanno molto caratteristiche fisiche che noi riconosciamo come buffe o carine, e che sono invece per loro disfunzionali. Esempi: il “sedere basso” che oggi va molto fra i pastori tedeschi, «ma che riflette una displasia dell’anca. Le dermatiti di sharpei e bulldog che scegliamo per le pieghe tanto carine della loro pelle. I nasi schiacciati, le ossature tozze di molte razze che hanno poi problemi di parto e vite brevissime”.

C’è poi un’altra osservazione da fare: è giusto viziare gli animali e dimenticare di chi soffre e non ha di che vivere, tra gli umani? Fino ad ora tutti eravamo convinti di no. Ma l’etica cambia con il cambiare degli uomini e purtroppo in molti pensano che la vita di un animale abbia lo stesso valore di quella di un bambino. Anzi, per alcuni è pure meglio: «Non ho un figlio, ma lei è meglio. Dà, dà, dà, e non chiede niente» dice un’intervistata nell’inchiesta del settimanale. 

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