Continua intanto la campagna contro le deiezioni canine non raccolte e lasciate nelle strade e nei giardini. La Polizia Municipale l’anno scorso ha pizzicato in flagranza e sanzionato 30 trasgressori del regolamento che prevede la raccolta e il deposito nel cestino della spazzatura delle deiezione solide.

Crescono però le lamentale per le “deiezioni liquide”, ossia per la pipì degli amici a quattro zampe. In periodi di scarse precipitazioni e d’estate il fenomeno diventa assai visibile e così ad esempio sui marciapiedi rossi di via Torino spicca un fitto reticolo di poco pittoreschi rigagnoli più o meno rinecchiti. Il gioco di abilità per i pedoni consiste nel dribblarli con saltelli e impercettibili deviazioni di percorso.

I conti sono presto fatti: si calcola che nell’area metropolitana torinese circa una persona su dieci possegga un cane. Tradotto in cifre e in liquidi, significa che in una città come Nichelino sono in circolazione qualcosa come quattromila cani che annaffiano il territorio con un bel migliaio di litri al giorno.

Al punto che alcuni Comuni nei regolamenti hanno già introdotto per i possessori di cani l’obbligo di munirsi di una bottiglia d’acqua – oltre che della paletta e del sacchetto – per risciacquare muri, marciapiedi e pneumatici dalle “deiezioni liquide”. Il che naturalmente ha suscitato il plauso dei paladini dell’igiene urbana, ma un’ondata di sdegno e di proteste tra gli animalisti.

Qualcuno le bottiglie di plastica piene d’acqua le mette davanti ai portoni e agli angoli delle strade, perché secondo una diffusa credenza (di dubbia efficacia) questo sistema costringerebbe i cani a fare la pipì un po’ più in là. Qualcun altro invece prova con la polvere di zolfo, ma questa sostanza è nociva sia per gli animali che per l’uomo; inquina più dell’urina e per giunta è infiammabile e potenzialmente esplosiva. Per sperimentare qualche rimedio empirico altri consigliano innocui intrugli a base di limone, aceto o peperoncino.

Siamo però di fronte all’ineluttabile, come ha rilevato anche la Corte di Cassazione in una recente sentenza: “E’ un dato di comune esperienza che il condurre un cane sulla pubblica via apre la concreta possibilità che l’animale possa imbrattare con l’urina o con le feci beni di proprietà pubblica o privata”.

Quando al cane scappa, scappa e anche ai giudici non resta che prenderne atto: “Il momento in cui lo stesso decide di espletare i propri bisogni è talvolta difficilmente prevedibile trattandosi di un istinto non altrimenti orientabile”.

Dunque che fare?

“L’unica limitata sfera di azione che compete a chi è chiamato a condurre sulla pubblica via detti animali – concludeva la suprema corte – è quella di agire al fine di ridurre il più possibile il rischio che questi possano lordare i beni di proprietà di terzi, quali i muri di affaccio degli stabili o i mezzi di locomozione ivi parcheggiati”.

Ci vuole pazienza, ma chi decide di prendersi un cane deve entrare nell’ottica che non ha a che fare con un peluche.

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