Un decollo industriale è sempre preceduto da un processo di accumulazione di capitali.
Il decollo industriale italiano nel dopoguerra fu favorito dallo Stato e pagato dall’agricoltura. A carico di quest’ultima furono messi oneri contributivi, imponibili di manodopera esorbitanti e questi fondi, nel breve periodo, furono usati per aiutare il settore industriale che doveva diventare il trainante dell’economia italiana. Questi costi aggiuntivi non fu possibile riversarli sui prezzi e fu così che molti agricoltori cambiarono mestiere, molti emigrarono.

Mio padre fu uno di questi e quando vendette le pecore regalò i cani meno lei, Vienna, che per molti anni restò nella masseria affittata ad altri, aggiustandosi, procurandosi il cibo da sola come sostanzialmente aveva fatto anche quando viveva con il bestiame di famiglia.

Il nome Vienna le era stato dato da Francesco ” lo scarnato “, così chiamato per la sua magrezza.
Francesco era stato prigioniero dei tedeschi nei pressi di Vienna e la cagnetta, unica dell’intera cucciolata ad essere risparmiata, fu da lui battezzata con quel nome. Fu chiamata Vienna da tutti, meno che da mio padre che la chiamò sempre ” CIULEIN ” in onore di sua madre, mia nonna, morta qualche anno prima.

Vienna aveva un paio d’anni meno di me ma già nei miei primi ricordi era alta, bella, bianca, altera, triste…il classico cane ” pasturign ” cioè dei pastori, un cane pastore senza blasone, bastardo. Aveva figli ed era sposata ad uno di essi, R-ZZIIR, Rizziero, bello come lei ma più grande, più massiccio, con un grande testone, feroce d’aspetto ma così docile nel farsi cavalcare…
Ecco, non ricordo i nomi degli altri ma mediamente nelle masserie c’erano 6-7 cani grandi, ogni ” morra “, gregge, ne aveva uno e le morre al pascolo erano sempre 3 o 4 e qualche cane restava sempre a guardia della masseria.
Vienna non seguiva mai il gregge, Vienna vigilava, girava sempre con quell’aria di chi se la tira, ma sempre pensierosa.
C’erano anche i cani di piccola stazza, di solito erano cani volpini, ” POMI “, e qualche cane di razza strana.

Mio fratello, che fino a 18 anni fu pastore con la quarta elementare e a 40 dottore in agraria, ne aveva sempre di particolari.
Ricordo Gemma, una volpina bellissima e feroce …Salvaggio, il cane più brutto che io abbia conosciuto, un batuffolo di peli neri attraverso i quali si intravedevano gli occhi. Salvaggio era un cacciatore di ” SORICHE”, quei grandi topi che popolavano le ” MAITE ” della paglia sfusa. Lui si tuffava nella paglia e restava lì fino a missione compiuta…Quando veniva fuori aveva sul viso i segni terribili della battaglia!

Ma i miei cani, ripeto, erano quelli grandi, pasturign.
Avessi potuto fotografarli!
Ma li ho nitidi nel mio ricordo…Con i grandi collari di chiodi acuminati, unica loro difesa nelle lotte che ingaggiavano con i cani delle altre masserie.

Questo avveniva quando le greggi di masserie confinanti si incontravano. I cani si guardavano in …cagnesco…latravano pronti ad azzannarsi, ma bastava un grido del padrone e tornavano tranquilli.
Adesso, da grande, mi chiedo quale fosse la loro vera utilità.
A guidare il gregge c’era il ” MANZO “, un montone addestrato allo scopo, il cane in fondo serviva solo a segnalare l’arrivo di qualcuno…e non sempre…Quando c’erano furti di bestiame i cani non latravano mai, non sono mai riuscito a conoscere l’artificio usato dai ladri per avvicinarsi senza che i cani latrassero…

I cani delle masserie mangiavano quello che riuscivano a trovare in giro. Allora mangiare era un quasi lusso anche per gli umani, nessuno poteva dare cibo ai cani. L’unico alimento, me ne ricordo, era il siero, nei periodi in cui si ” QUAGGHIAVA “, si faceva il formaggio.

Davanti alla stanza dove noi “quagghiavamo” c’era una ” pila “, tinozza di pietra, nella quale si versava il siero…
C’erano sempre delle battaglie, i più grandi cercavano di tenere lontano i piccoli, spesso interveniva un pastore per allontanare i prepotenti.

Nelle masserie non c’erano servizi igienici, si andava sotto un albero…Neanche carta c’era…E sulle Murge scarseggiavano anche le piante a foglia larga…Si usava una pietra, preferibilmente sottile, raccolta al momento e pulita dalla terra sulla manica della camicia. Nel mandorleto adiacente alla nostra masseria c’era un unico albero di ulivo.

– Vai sotto l’albero – mi diceva mio padre – così concimi la pianta!
Non ero mai solo sotto l’albero…Vienna o Rizziero o i loro figli erano lì con me, seduti in quello strano modo col quale si siedono i cani, a 2 metri, in attesa…

Ricordo il movimento, il rumore della loro lingua mentre divoravano quell’inatteso cibo, non appena io mi allontanavo…
Vienna morì in un periodo che mi vide assente da Minervino per qualche anno, preso com’ero a cercare la mia strada futura.
Per amore, e anche perchè i tempi cominciavano a cambiare, le fu risparmiata la sorte che toccava ai cani di grossa stazza, non fu scuoiata per fare con la sua pelle ” L CR-SCEUL “, i lacci per i ” MIZZ-CH-TURR “, gli scarponi di campagna…
Di lei mi è rimasto un dolcissimo ricordo e un episodio particolare…

Un pomeriggio eravamo soli, lei ed io, alla masseria e, improvvisamente, a 20 metri sbuca una lepre…Vienna partì all’inseguimento…per un po’ li persi di vista, poi comparvero laggiù…poi ancora più lontani al punto che riuscivo a vedere solo lei, lontana in prossimità dei ” PETRALI ” abbandonati …dove viveva ” U PAPR  MASCU-L “, il papero maschio che i grandi mi menzionavano sempre dicendomi che era un mostro che mangiava i bambini se non facevano velocemente i lavori ordinati loro…
Fu una corsa di qualche chilometro e Vienna costrinse la lepre a tornare verso la masseria. La lepre riuscì a sfuggirle… Con un salto si precipitò nella ” CONSERVA ” del grande pozzo e da questa, attraverso il foro di collegamento, nel pozzo.
Quando, la sera, le greggi tornarono alla masseria, raccontai il tutto…

Mio fratello buttò il secchione nel pozzo e la lepre venne su, viva…
Ma non ci fu sugo di lepre…
Mio padre, appena la vide, la destinò a persone estranee che potevano tornare utili… per il loro prossimo ” BICCHIERE “…

( Il “Bicchiere” era una cena che si faceva in casa e alla quale partecipavano solo gli uomini.
Le donne e i familiari dell’ospitante preparavano le vivande e poi andavano altrove…
Il pasto era costituito dalla classica “tiedda” di carne e patate, formaggio pecorino, olive salate e alla calce e…vino, tanto vino.
Era il vino a fare sì che quel pasto si chiamasse ” u B-cchiir “…)

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