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Genova – “L’uomo può considerarsi civile nella misura in cui è capace di capire il gatto”, scriveva George Bernard Shaw, echeggiando il pensiero che ogni padrone di gatti si è posto almeno una volta nella vita: quanto capiamo davvero il nostro micio?

Elegante, silenzioso, tanto affettuoso quanto, all’improvviso, schivo e a tratti feroce, sempre pronto a scattare, volubile quanto e più degli essere umani, il gatto è una creatura che ha affascinato l’uomo sin dall’antichità: divinità per gli antichi egizi, da sempre unico animale cui è consentito passeggiare liberamente nelle moschee, animale feticcio alla corte del Re Sole, nel corso degli anni è rimasto ammantato da un’aura di mistero che ancora oggi affascina anche chi non ne possiede uno.

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Chi invece ce l’ha fa di tutto per comprenderlo meglio, e proprio per aiutare gli sventurati padroni (spesso trasformati in “schiavi” al servizio del felino) l’associazione Genova Cultura ha organizzato un incontro dedicato proprio ai comportamenti del gatto tenuto dalla biologa Valentina Fabris, che ha fatto registrare il tutto esaurito: c’è chi, come la padrona di Fufi, partecipa per interpretarlo meglio, perché «sembra finto», o chi invece, teneramente esasperato, tenta di capire per quale motivo «di notte non mi fa dormire: salta sul letto per ore e mi tiene sveglia».

Di certo c’è che il gatto, contrariamente al cane, ha una forma di comunicazione se non più complessa da interpretare, quantomeno più sottile: «Ci sono ovviamente comportamenti e segnali inequivocabili: soffiare, emettere vocalizzi ad alto volume, tirare indietro le orecchie, spalancare gli occhi e agitare la coda sono solitamente sintomi di nervosismo che possono sfociare in aggressività», spiega Fabris, sottolineando proprio la differenza con il cane, che «quando muove la coda è solitamente contento».

Spesso chiari anche i segnali che dimostrano che il micio è rilassato, soddisfatto o contento: «Per “sorridere” i gatti battono le palpebre: batterle a propria volta gli comunica serenità, un gesto semplice che stabilisce subito una comunicazione – aggiunge ancora Fabris – Ovviamente ci sono le fusa, che a volte vengono fatte però anche durante il gioco o la caccia alla preda, e poi tutta la gamma di “stiramenti”. Per il gatto tutto ciò che è relax va di pari passo con lo stretching, vederlo stirarsi significa saperlo rilassato».

Ancora, il gatto porta i “cadaverini” delle sue prede in casa? Spesso si tratta di un dono che fa al padrone, dimostrando la sua bravura nella caccia; strusciarsi contro le gambe, invece, è spesso volontà di “marchiare” il territorio, mentre mettersi a pancia in su è una dimostrazione di estrema fiducia nei confronti di chi ha di fronte.

Una volta individuati alcuni “segnali base”, cosa si può fare dunque per comunicare meglio con il proprio gatto? «Ci vuole principalmente tanta pazienza, dobbiamo ricordare che i gatti sono comunque predatori, addomesticati nel corso del tempo. Anche una buona dose di telepatia non sarebbe male», ironizza Fabris, prima di tornare seria: «Molto dipende dalla persona, e dal gatto. Il feeling si costruisce sicuramente nel tempo, ma la scintilla scatta subito. Basta saperla coltivare».

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