Milano, 7 agosto 2017 – L’aveva presa di mira sul lavoro e non le dava pace. Assegnava a lei le mansioni più pesanti senza rispettare i turni, le rivolgeva frasi sprezzanti anche davanti ai colleghi, a volte la chiamava facendo persino il verso con cui si chiamano i gatti. E la controllava in maniera ossessiva, arrivando letteralmente a cronometrare (orologio alla mano) ogni sua attività. Un anno e mezzo d’inferno per Michela (nome di fantasia) quello trascorso come cameriera addetta al Food & Beverage di un grande hotel 4 stelle di via Filzi tra il febbraio di tre anni fa e l’estate dell’anno dopo. Tutto, secondo la sua denuncia, a causa del responsabile del reparto U.T., 54 anni, che ora deve difendersi davanti alla nona sezione del tribunale dall’accusa di maltrattamenti aggravati, in pratica mobbing.

La colpa di Michela, probabilmente, era quella di non essere più giovanissima (“hai 50 anni e non sai fare un c…”, le ripeteva lui). Così, forse per ribadire il concetto, stando all’imputazione, sempre a lei U. affidava i compiti meno ambiti come pulire per terra, fare il giro ai piani per prelevare nelle i vassoi sui quali gli ospiti avevano finito la colazione e come pulire le tovagliete utilizzate per l’appunto la mattina, “senza rispettare una rotazione con gli altri dipendenti”. Poi, tanto per voler essere – diciamo così – spiritoso, qualche volta le si avvicinava «e le soffiava sul viso oppure la spaventava gridandole all’improvviso “buh” o, ancora, la richiamava con versi con la bocca analoghi a quelli utilizzati per richiamare l’attenzione di un gatto. Un vero gentiluomo.

Stando alle accuse della Procura, le umiliazioni e le mortificazioni inflitte da T. alla cameriera anche pubblicamente erano davvero una costante. “La controllava sempre – recita il capo d’accusa – in maniera quasi ossessiva arrivando a cronometrare, orologio alla mano, ogni sua attività, riprendendola senza motivo e pretendendo sempre che “facesse più in fretta””. Non contento, e con una evidente punta di sadismo, sempre secondo il racconto di Monica, “ogni volta che oltrepassava la porta basculante della caffetteria dell’Hotel, faceva in modo di fargliela sbattere contro il più violentemente possibile e, alle sue proteste, rispondeva con frasi del tipo “non mi rompere i c…””.

È evidente che un trattamento di questo tipo, come si legge nel capo d’accusa per il direttore del Food & Beverage, non potesse che far vivere alla donna “sull’ambiente di lavoro, penose condizioni di vita, favorendone l’emarginazione rispetto agli altri lavoratori e inducendo l’insorgere, con tali condotte, di un persistente stato di depressione con frequenti crisi d’ansia e attacchi di panico e di pianto”. Dopo la denuncia di Michela, il magistrato, acquisito anche il certificato medico che attestava le condizioni psicofisiche della cameriera dopo il lungo trattamento a cui sarebbe stata sottoposta da T., ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio del direttore Food & Beverage dell’hotel di via Filzi. Dopo lo slittamento di alcune udienze, il processo entrerà nel vivo a settembre.

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