di Christian Francia  –

L’intera truppa di capibastone teramani è stata cancellata con un tratto di penna dalle liste elettorali per il nuovo Parlamento.

Tecnicamente non sono trombati in quanto il trombato è colui che viene bocciato dagli elettori. Con esattezza si tratta di “inculati”, cioè sodomizzati e umiliati dai loro stessi partiti che li hanno stuprati e gettati nel secchio della spazzatura.

Per me che ne ho raccontato per anni le gesta e le conclamate incapacità è un giorno di felicità. Per Teramo è il giorno della liberazione dal giogo degli incompetenti.

Il più inculato di tutti è Paolo Gatti. Vedere la sua faccia da gatto bastonato dopo essere stato scaricato senza nemmeno un ciao è roba da orgasmo, da andare in solluchero.

Per la gioia potrei spingermi a baciare i piedi di Nazario Pagano, il coordinatore regionale di Forza Italia che è stato il regista della rottamazione di Gatti e di Chiodi, ma vengo frenato dal fatto che pure Pagano rientra fra gli inquisiti del sexygate regionale assieme proprio a Gatti e Chiodi, a dimostrazione che la figa è ancora l’unico cemento che accomuna gli appartenenti al berlusconismo sia nazionale che locale.

LA FAVOLA DEL GATTO E DELL’UVA

Come tutti sanno “La volpe e l’uva” è una delle più celebri favole di Esopo che nella versione originale viene tradotta più o meno così: “Una volpe affamata, quando vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: «Sono acerbi». Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze”.

Esopo più che alla volpe si riferiva evidentemente a Paolo Gatti, il quale dal 2013 tenta disperatamente di assurgere ad uno scranno parlamentare, ma non ci riesce perché la sua boria e la sua arroganza lo hanno reso inviso ai capi partito regionali e nazionali.

Miagolante per la immensa delusione, Gatti ha affermato che l’uva era acerba, cioè che la poltrona romana non faceva per lui. Ma va a cagare! La verità è esattamente contraria: ci sarebbe andato pure a piedi a Roma, ma lo hanno rifiutato per motivi elementari:

– in primo luogo da Brucchi a Pagano hanno riferito a Berlusconi che il fregnone aveva fatto cadere il sindaco di Forza Italia del capoluogo teramano, cosa che ha suscitato sdegno unanime;

– in secondo luogo Giorgia Meloni aveva ancora un bruciore anale dovuto all’inculatura che gli aveva rifilato lo stesso Gatti nel 2013 quando prese l’autobus di Fratelli d’Italia per entrare in parlamento e subito dopo essere stato trombato scappò dal partito della Meloni per fare rientro in Forza Italia; ovviamente Giorgia se l’è legato al dito e oggi ha ripagato Gatti con la medesima inculatura, ponendo un veto sul nome dell’ex traditore.

Ma dobbiamo sottolineare la coerenza dell’uomo Paolo Gatti, una persona tutta di un pezzo, un uomo d’onore, uno che mantiene la parola data.

Leggete le sue parole del maggio 2014, quando annunciava che si sarebbe presto ritirato dalla vita politica dopo 16 anni consecutivi di stipendi pubblici pagati da noi senza aver ottenuto alcun risultato per il territorio teramano:

Orbene, siamo nel 2018, sono 20 anni consecutivi che gli paghiamo stipendi faraonici – pari a 13.400 euro netti mensili – in qualità di consigliere regionale e vicepresidente del Consiglio regionale, ma Gatti non ne vuol sapere di essere coerente con le sue stesse promesse e di chiudere con il mestiere del politicante.

Diciotto giorni fa il raccontaballe comunicava con un tweet che si sarebbe candidato alle elezioni politiche del 4 marzo 2018:

Addirittura annunciava enfaticamente che lo stava facendo per “migliorare la politica di questo Paese”, evidentemente persuaso sia di avere dinanzi un tappeto rosso per andare a Roma, sia delle sue capacità di legislatore.

Due settimane dopo l’entusiasmo si è spento e un immenso tracollo dell’autostima ha ridotto Gatti all’ombra di se stesso, segnando l’inizio del suo definitivo declino.

Ma invece di piangere in silenzio il gatto ha voluto imitare la volpe e non è riuscito a tacere, twittando di nuovo che l’uva era acerba solo perché lui non era riuscita a raggiungerla.

Ecco il tweet della sofferenza:

Era incompatibile con il Rosatellum dice lui, cioè con la legge elettorale vigente. Niente affatto, era compatibilissimo ma è stato semplicemente e brutalmente inculato da suo stesso partito che evidentemente lo ritiene affidabile e leale quanto un serpente e quindi lo ha scaricato come si fa con i molestatori: senza nemmeno un sms.

È il destino che spetta ai politicanti del suo genere, pieni di sé fino alla nausea e incapaci di guardarsi allo specchio e rendersi conto del nulla cosmico che si è riusciti a realizzare in un ventennio di carriera politica.

Ora spetta ai cittadini teramani svegliarsi e gettare alle ortiche il più grande bluff della storia politica regionale.

UN FUNERALE POLITICO PER GINOBLE

Tommaso Ginoble, altra iattura della politica nostrana, ha ammorbato il parlamento con la sua evanescenza e la sua nullafacenza per dieci lunghissimi anni nei quali si è distinto per parlare poco e guadagnare molto.

Oggi finalmente possiamo tirare un sospiro di sollievo e ringraziare il Partito Democratico per averlo cancellato dai radar della politica costringendolo a godersi i suoi lucrosissimi vitalizi sia da consigliere regionale che da parlamentare di lungo corso, avendo raggiunto la tenera età di 65 anni.

Finalmente Teramo potrà dire conclusa la cosiddetta “cattività ginobliana” in virtù della quale il capoluogo era ostaggio delle volontà del politicante di Roseto che per anni ha preteso un PD inesistente a Teramo città, al fine di far apparire forte il Partito Democratico rosetano e della costa teramana.

E la ciliegina sulla torta è stata la sufficienza con la quale il PD nazionale e regionale non hanno nemmeno risposto al PD provinciale che piangeva per poter avere un posticino per il povero Tommaso.

A riprova dell’inesistenza del PD teramano e dell’ingordigia di Ginoble che non si accontentava di due grassi vitalizi a 65 anni, ma avrebbe voluto restare inchiodato alla poltrona parlamentare fino ai cento anni e oltre. Bulimico e rapace.

PAOLO TANCREDI NEL DIMENTICATOIO

Nel breve volgere di cinque anni Paolo Tancredi, da rampollo del padre Antonio, prima ha visto sparire con gran disonore la Banca paterna, cioè la Banca di Teramo, con migliaia di soci inferociti, poi ha visto scomparire il fratello Marco dai radar della politica cittadina in quanto rottamato con gran disonore da assessore del centrodestra, infine si è visto rottamato lui stesso per essere salito sul carro sbagliato di coloro che hanno sperato nel salvatore Matteo Renzi, oggi sul viale del tramonto.

In un ultimo disperato tentativo ha trasformato la sua storia di centrodestra in una storia di centrosinistra, salendo sul carro perdente del PD e facendosi ridere dietro da tutti i teramani mentre suo padre si rigira nella tomba come un girarrosto.

Parce sepulto.

CHIODI E SOTTANELLI NEL SOTTOSCALA DEL CENTRODESTRA

Gli ultimi due inculati suscitano infinita tristezza per il loro penoso percorso politico confluito nel cimitero dei dinosauri, ovvero la listarella d’appoggio al berlusconismo chiamata “Noi con l’Italia”, ma da tutti conosciuta come la quarta gamba del centrodestra, nome che evidenzia la residualità di chi ne fa parte.

Premettiamo che i sondaggi stimano tale partitino al 2,2%, cioè ben al di sotto del 3% necessario per avere accesso al riparto dei seggi, ragion per cui sarà una missione impossibile riuscire ad eleggere un solo parlamentare, pur tuttavia una speranza piccolissima ce l’hanno sia Gianni Chiodi relegato al collegio proporzionale della Camera dei deputati, sia Giulio Sottanelli relegato nel collegio del Senato.

Entrambi avrebbero bisogno di raggiungere almeno l’8% dei voti per poter sperare in un ripescaggio, ma l’ipotesi è più di scuola che realistica.

Chiodi suscita sdegno per la facilità con la quale – pur avendo fatto parte di Forza Italia fino all’altro ieri – è sceso al volo dal carro non appena è stato ufficializzato che il partito non lo aveva candidato al Parlamento, per salire in corsa sul carretto di Noi con l’Italia che invece gli ha offerto la candidatura di riserva.

Tali comportamenti si qualificano da soli e sono il segno della cupidigia di soldi e di potere che trasuda dal personaggio, colpevole peraltro di un vergognoso silenzio in consiglio regionale negli ultimi quattro anni nei quali non si è sentito un solo fiato di Chiodi nei confronti della pessima gestione di Luciano D’Alfonso.

Troppo comodo evitare sistematicamente la guerra politica contro l’avversario in Regione e sperare lo stesso di essere premiati con un seggio parlamentare. Per fortuna a Roma i consiglieri di Berlusconi lo hanno liquidato come merita.

Frastornato dall’essere stato scaricato nelle fogne, Gianni Chiodi ha sputato veleno contro Forza Italia che “non ha ritenuto di darmi l’opportunità di rappresentare in Parlamento i territori ai quali ho dedicato oltre 10 anni della mia vita (…). Sarebbe stata una scelta legittima se avesse ritenuto di candidare al mio posto uomini e donne del territorio, in posizione che consentisse almeno una probabilità di elezione. Cosi non è stato! (…) le scelte di Forza Italia” hanno “umiliato le comunità teramana ed aquilana”.

Praticamente Chiodi se la prende con i paracadutati, cioè i candidati che Forza Italia ha spedito a farsi eleggere in Abruzzo pur non essendo abruzzesi e non potendo quindi rappresentare il territorio in Parlamento. Peccato che come fuoco amico gli strali di Chiodi colpiscano proprio il paracadutato Gaetano Quagliariello, napoletano cresciuto in Puglia che Forza Italia ha indicato come capolista dell’intera coalizione di centrodestra nel collegio maggioritario L’Aquila-Teramo del Senato.

Che figura di merda! Nel tentativo di fare finta di difendere non se stesso, ma almeno la territorialità delle candidature, Chiodi si è scordato di aver gettato merda pure sul paracadutato Quagliariello che peraltro è pure il suo capo corrente per aver aderito pure lui da 25 giorni alla listarella di “Noi con l’Italia”, ma con la furbizia di farsi piazzare al collegio maggioritario dove rappresenterà l’intero centrodestra ed avrà quindi molte maggiori chance di essere eletto.

Che ridere!

Infine di Sottanelli non vale nemmeno la pena di parlare, isolato com’è. Basti solo dire che un suo amico mentecatto poche settimane fa andava spargendo in giro la voce che si sarebbe scelto il collegio preferito con la matematica certezza di essere eletto.

Alla prova dei fatti gli è toccata una candidatura di servizio con infinitesime possibilità di farcela, perché le probabilità che la quarta gamba elegga un parlamentare sono vicine allo zero.

La superbia partì a cavallo e tornò a piedi.

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