Il malizioso manifesto di Tff 35 è un’inquadratura di «Una strega in paradiso», una divertente commedia del 1958 di Richard Quine che ha ispirato altre pellicole e alcune serie televisive: una straniata, seducente e biondissima Kim Novak fissa lo spettatore insieme al suo gatto nero Cagliostro fotografato come se fosse la sua doppia identità.

Di lei resta affascinato un editore vicino di casa (Jack Lemmon) che la spingerà per amore a perdere le proprie doti magiche, anche se il gatto (il suo alter ego) non è troppo d’accordo. Di certo per assecondare la mostra, in contemporanea, del Museo Nazionale del Cinema alla Mole Antonelliana (uno dei luoghi simbolici del Festival) Bestiale! Animal Film Stars, la 35ª edizione dedica una curiosa sezione retrospettiva, dal titolo «Non dire gatto…».

Un’idea geniale in una stagione in cui trionfa l’animalismo fino a diventare una tendenza politica e in cui cani e gatti sono entrati (anche per combattere la solitudine) nell’universo degli affetti.

Oltre al film di Quine si possono vedere altri cinque titoli che rappresentano una buona pista filmografica per gli appassionati di gatti.

Il più celebre è di certo il sesto lungometraggio di animazione prodotto da Walt Disney Alice nel paese delle meraviglie (1951) di Clyde Geronimi, Wilfred Jackson e Hamilton Luske dal libro di Lewis Carroll dove appare il dispettoso Stregatto dal manto viola e rosa. Black Cat (1981) di Lucio Fulci ispirato da un racconto di Edgard Allan Poe dove il gatto è tramite con l’aldilà nel consueto inquietante nebbioso villaggio inglese.

Il più breve e curioso è il corto Chat ecoutant la musique (1990) del francese Chris Marker che cerca di esplorare il mondo interiore del suo gatto. L’inedito (in Italia) The Shadow of the Cat (1961) dell’inglese John Gilling (esperto in film horror) con protagonista una gatta soriana che è testimone dell’assassinio della propria padrona.

E, infine, Il gatto milionario (Ruhbarb -1951) dell’americano Arthur Lubin dove un ricco stravagante lascia tutta la sua eredità (compresa una squadra di baseball) al suo gatto rosso Orangey creando un sacco di complicazioni. Il film è ricordato nelle storie del cinema perché per il personaggio «gattesco» furono scritturati ben 35 «sosia».

Gianluigi Bozza

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