Martedì, 26 Aprile 2016 10:21

schmallenbergMa per il superamento delle restrizioni all’esportazione di materiale seminale serve uno studio più ampio e la certificazione dei lotti di seme da tori sieropositivi.
L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie ha pubblicato i risultati di un progetto di ricerca che aveva il triplice obiettivo di valutare l’escrezione del virus di Schmallenberg nello sperma dei bovini durante la fase di infezione acuta e nelle fasi successive,  valutare il rischio della fecondazione artificale effettuata utilizzando il seme infetto e, infine, di validare l’affidabilità di protocolli diagnostici sulla matrice seminale realizzati basati su tecniche di biologia molecolare (PCR).

La ricerca si è basata sull’infezione sperimentale di 4 tori e la fecondazione artificiale di 4 vacche con il seme lavorato (pailettes) prelevato dai tori infetti. La presenza del virus nel seme dei tori e negli animali fecondati artificialmente è stata verificata attraverso prove di laboratorio virologiche e sierologiche. La stalla in cui sono state effettuate le operazioni sperimentali è stata sottoposta a sorveglianza entomologica: è rimasta sostanzialmente negativa per tutto il decorso degli esperimenti; in una sola cattura si è registrato il ritrovamento di un esemplare di vettore riconosciuto per il virus di Schmallenberg. Tale reperto, ottenuto durante una prova di fecondazione delle vacche con seme infetto, non ha avuto alcuna conseguenza, dato che durante tale prova non si è avuta alcuna infezione delle vacche fecondate.

Lo studio ha confermato alcuni risultati emersi recentemente nella letteratura scientifica sul tema, ad esempio che i tori infettati dal virus di Schmallenberg eliminano il virus con il seme, in modo alquanto variabile in termini di tempo e titolo dell’escrezione, ma comunque raggiungendo talvolta concentrazioni virali nel seme vicine a quelle misurate nel sangue. Altra conferma, è che il seme lavorato (paillettes), per quanto diluito rispetto al materiale originale, contiene comunque una quantità di virus in grado di indurre infezione se inoculata in ruminanti recettivi; si tratta comunque di una concentrazione modesta, tanto che solo una percentuale dei capi inoculati va incontro all’infezione.

Fra i risultati più rilevanti, emerge che il virus presente nelle pailettes di seme lavorato, pur in grado di indurre infezione per inoculazione sottocutanea, non è infettante per via endouterina in vacche sottoposte a fecondazione artificiale. Questo non indica però una totale assenza di rischio: sia perché il numero di vacche impiegate nella prova è stato ridotto, e sia perché la possibilità di generare delle condizioni di infezione simili all’inoculazione a causa di eventuali lesioni a livello endouterino che si possono creare durante la fecondazione.
Per questo il superamento delle restrizioni all’esportazione di materiale seminale imposte da parte dei Paesi importatori possono essere superate solamente confermando i risultati dello studio su un campione più rappresentativo, e attraverso la certificazione dei lotti di seme prodotto da tori sieropositivi attraverso adeguate metodiche diagnostiche di accertamento virologico.

La ricerca è stata finanziata dal Ministero della Salute e realizzata in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna (IZSLER) e il Friedrich-Loeffler-Institut (FLI, l’istituto nazionale tedesco per la diagnostica veterinaria ed il benessere animale).

Foto: IZSVE

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