AnvurL’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) ha presentato il suo secondo Rapporto biennale al ministro Giannini.

Utilizzando i dati delle indagini sulle carriere lavorative dei laureati, per i laureati triennali (che per il 54% proseguono gli studi con la laurea magistrale) si registra un tasso di occupazione pari al 66% a tre anni dal conseguimento del titolo, che sale a 70% per i laureati magistrali biennali e al 49% per quelli a ciclo unico (in architettura, farmacia, giurisprudenza, medicina, veterinaria). Sono alcuni dei dati raccolti dal secondo Rapporto ANVUR sull’università e la ricerca in Italia, che dopo essere stato consegnato al Ministro dell’Istruzione verrà trasmesso al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Comitato interministeriale per la programmazione economica ed al Parlamento

Luci e ombre– Nel Rapporto vengono descritte le caratteristiche del sistema universitario: si tratta di una fotografia molto dettagliata che mette in evidenza luci e ombre di un sistema complesso in grande cambiamento. Negli ultimi due anni si è arrestato il calo degli immatricolati che si era osservato a partire dalla metà degli anni Duemila. Migliora anche la regolarità dei percorsi di studio e la mobilità degli studenti tra atenei è aumentata in tutte le aree del Paese, specialmente a livello di lauree magistrali. In generale viene rilevata la capacità complessiva del sistema italiano di erogare una didattica di qualità gestendo al contempo un alto rapporto studenti/docenti, con una spesa pro-capite relativamente contenuta.
Nonostante una costante crescita osservata negli ultimi anni, l’Italia rimane tra gli ultimi paesi in Europa per quota di popolazione in possesso di un titolo d’istruzione terziaria, anche tra la popolazione più giovane (24% contro 37% della media UE e 41% media OCSE nella popolazione 25‐34 anni). L’incertezza associata alle prospettive di carriera accademica, induce fenomeni preoccupanti come: l’abbandono della carriera da parte di molti dottori di ricerca e assegnisti che non possono permettersi lunghi periodi d’insicurezza retributiva. Altra ombra sul sistema universitario italiano è  la “fuga dei cervelli”, un fenomeno descritto in proporzioni superiori a quelle fisiologiche, ovvero senza un corrispondente flusso di ricercatori in arrivo dalle istituzioni estere. Il Rapporto stigmatizza la sofferenza di molti giovani di valore, che vivono con difficoltà gli anni più produttivi della loro vita scientifica.
La riduzione del corpo docente a seguito dei pensionamenti, che è stata solo parzialmente compensata con l’ingresso di ricercatori a tempo determinato, una figura innovativa che stenta tuttavia ad affermarsi.- L’ampliarsi del divario tra atenei delle diverse macroregioni del paese, anche a causa della lunga assenza di politiche che mirassero a incoraggiare una convergenza, prima di tutto qualitativa, nella ricerca come nella didattica.- La quota del prodotto interno lordo (PIL) dedicata alla spesa in ricerca e sviluppo (R&S) è rimasta stabile nell’ultimo quadriennio (2011‐2014), confermandosi su valori molto inferiori alla media dell’Unione Europea e dei principali paesi OCSE.

“Negli ultimi anni l’università e la ricerca italiane si sono sottoposte, anche grazie alle misure e alle norme varate dai diversi governi, a procedure trasparenti di valutazione e responsabilizzazione, come nessun altro ambito della Pubblica Amministrazione. Tuttavia, negli ultimi dieci anni questo impegno non sempre ha trovato un adeguato sostegno nelle politiche pubbliche, soprattutto dal punto di vista delle risorse a disposizione, decisamente insoddisfacenti se rapportate al contesto internazionale” ha dichiarato Daniele Checchi, membro del Consiglio Direttivo ANVUR e coordinatore del Rapporto. “Basti a questo proposito ricordare la riduzione del Fondo di Finanziamento ordinario: solo negli ultimi due anni la ripartizione delle risorse ha mostrato i primi timidi segnali di miglioramento, spesso più nella composizione qualitativa che in termini assoluti”.
“Sarebbe opportuno migliorare ulteriormente la ripartizione delle risorse, sostenendo con più decisione aspetti come il diritto allo studio e le prospettive di carriera dei migliori giovani studiosi, favorendo la mobilità dei nostri docenti e ricercatori” ha commentato Andrea Graziosi, Presidente di ANVUR. “Al tempo stesso il nostro Paese dovrebbe aumentare la sua capacità di attrarre validi studiosi stranieri, valorizzando maggiormente la didattica dottorale, talvolta messa in secondo piano rispetto a quella triennale e magistrale”.

La formazione terziaria- Secondo ANVUR un’attenzione particolare meriterebbe infine la scarsa differenziazione del nostro sistema di istruzione terziaria. Anche se è fortemente auspicabile un maggiore impegno nella riduzione degli abbandoni e nel recupero dei ritardi, si dovrebbe riflettere su un ampliamento dell’offerta didattica anche in direzione tecnico-professionale, e non solo universitaria. Senza una maggiore diversificazione dell’offerta e un aumento complessivo delle risorse investite nella formazione terziaria e nella ricerca appare difficile conseguire gli obiettivi del processo europeo di convergenza Lisbona 2020.

ANVUR sottodimensionata- Il Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario e della Ricerca è uno degli adempimenti istituzionali richiesti all’ANVUR. Oltre a permettere lo svolgimento delle proprie attività istituzionali, l’analisi di questi dati consente all’Agenzia di offrire supporto e consulenza al MIUR, agli atenei e agli enti di ricerca. Secondo il Presidente Graziosi, “la struttura dell’ANVUR è decisamente inadeguata per l’insieme estremamente ampio di attività che le competono”. Questa inadeguatezza dell’organico è stata ribadita anche dalla Corte dei Conti: “la pianta organica dell’ANVUR, confrontata con quella in dotazione alle Agenzie dei tre Paesi europei considerati, appare di dimensioni notevolmente più ridotte” si dice nella relazione della Corte dei Conti. (fonte)
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Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2016 (Versione sintetica)

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