Giovedì, 17 Settembre 2015 12:10

VK22UGli Studi di Settore sono realmente in grado di analizzare i riflessi della crisi economica? L’adeguamento non rileva: “è indotto dal timore di verifiche fiscali vessatorie”.
L’On Guido Guinesi ha impegnato il Ministero delle Finanze in una interrogazione parlamentare fortemente critica sulla bontà degli Studi di Settore, applicati dal 1993 a numerose categorie di professionisti e attività d’impresa. Ieri, in Aula a Montecitorio, il parlamentare è tornato sull’ipotesi di sospensione degli studi  per i periodi di imposta 2015 e 2016, “anche in vista di una completa revisione del sistema delle verifiche fiscali”.

” In piena crisi economica- ha sostenuto Guidesi-  quello strumento “è diventato non uno strumento antievasione, ma uno strumento vessatorio”. Chi è soggetto agli Studi “spesso si adegua, pur non avendo le possibilità di adeguarsi e pur non avendo raggiunto il fatturato richiesto, solo ed esclusivamente per evitare ulteriori controlli e ulteriori vessazioni, magari da parte dell’Agenzia delle entrate.

Il Ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan ha risposto che gli studi di settore, permettendo di stimare ricavi e compensi, “rappresentano uno strumento diretto a contrastare l’evasione fiscale”, ma che l’accertamento basato sugli studi non può essere motivato “dal mero automatico rinvio alle risultanze degli studi di settore”. Come asserito anche dall’Agenzia delle Entrate, l’accertamento “deve dar conto, in modo esplicito, delle valutazioni che si traggono dal dialogo con il contribuente”.

Per mantenere la rappresentatività dei settori soggetti agli studi, Padoan ha ricordato che la revisione congiunturale speciale ha apportato correzioni per tenere conto degli effetti della crisi economica, “in particolare le contrazioni più significative dei margini della redditività, il minor grado di utilizzo degli impianti, la riduzione dell’efficienza produttiva, la riduzione delle tariffe per prestazioni, andamenti congiunturali negativi ed altri”.

Quanto alla compartecipazione dei contribuenti, Padoan ha ricordato che l’elaborazione degli studi è effettuata con la “collaborazione degli stessi contribuenti e la condivisione delle organizzazioni di categoria e degli ordini professionali, dei quali è espressamente prevista la partecipazione”. Inoltre, “sono state acquisite, per il tramite delle organizzazioni di categoria, informazioni di natura strutturale e contabile relativamente a un campione di circa 100 mila soggetti, al fine di poter riscontrare, ove possibile, su casi concreti riferiti al periodo di imposta 2014, il grado di significatività degli interventi”.
Negli ultimi anni- ha concluso il Ministro- è diminuito il numero di soggetti che hanno effettuato l’adeguamento dei ricavi o compensi; per contro, si è assistito “ad un costante aumento della percentuale dei soggetti congrui, che ha reso, di conseguenza, non necessario il ricorso all’adeguamento”.

Non ha cambiato parere l’interrogante Guidesi che ha replicato bollando lo studio di settore come “uno strumento vecchio, non funziona”. Gli sforzi per fronteggiare la crisi, anche salvaguardando i posti di lavoro,  realizzano “una situazione che prevede poi, magari, una mancanza di fatturato rispetto allo studio di settore, ma perché quel fatturato effettivamente non c’è”. 

Il gruppo parlamentare LNA ha depositato una risoluzione in Commissione finanze per l’abolizione degli Studi di Settore.

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