Spero che Gesù abbia il senso dell’umorismo perché queste sono le parole che mi vengono in mente passando per la Porta Santa. Io sono l’ultimo che passa: dietro me c’è solo uno, il Papa, per chiudere: sì, ho il Papa come usciere. Spero che Gesù non sia permaloso se parlo così del suo alter ego qui da noi. Spero che Gesù sia simpatico, poco permaloso e che conosca la mia lingua.
Ne ho sentite tante su di Lui e spesso erano dette da alcuni amici suoi. Dicevano che forse in Paradiso avevano troppa Misericordia. Che sembra che fanno come noi quando dobbiamo svuotare il magazzino nel centro commerciale, ma mica è così. In paradiso – mormoravano certi – mica ci si va coi saldi a prezzi stracciati, per attirare tutti.

Vietato l’ingresso ai cani.
L’altra sera passeggiavo con il mio amico e Argo, il suo adorato cane. Si vogliono bene quei due. Con rispetto reciproco. Si ascoltano anche se parla uno solo. Ma il mio amico dice che anche il cane parla, anche se a modo suo. Facevamo una passeggiata e il cane voleva entrare in un giardino pubblico ma c’era il cartello sul cancello: vietato l’ingresso ai cani. Il mio amico ha tirato il guinzaglio piano e lo ha chiamato e gli ha detto: Argo non possiamo entrare, lì i cani non possono entrare.
Io ho detto, perché parli al plurale? Lui non può entrare ma tu sì. Solo i cani non possono entrare.
E lui mi ha detto: se non entra lui non entro nemmeno io.
E non parlava del fatto che il cane non poteva entrare da solo e poi comunque c’era il guinzaglio a legarli. Perché non era il guinzaglio che li legava ma l’affetto, l’amore direbbe lui. E allora lui parlava al plurale: lì non possiamo entrare perché è vietato ai cani.

Io pensavo che il Paradiso, che il Giubileo, che la misericordia fossero per ricchi. Ricchi di fede, ricchi di sacramenti, ricchi di catechismo, ricchi di Messe, ricchi di Rosari, ricchi di pellegrinaggi, ricchi di incarichi in parrocchia, ricchi di carità, ricchi di speranza. E io pensavo: non me la posso permettere tutta ‘sta roba. Pensavo che Gesù fosse come quel giardino, come il negozio dove lavoro, vietato ad alcuni ed impossibile per altri.
Poi, un giorno dopo l’altro, mi sono ritrovato a leggere del Papa, perché lo trovi dappertutto questo Papa. Non solo nei discorsi importanti sulla sedia da Papa. Pure in piedi sull’aereo, a Messa la mattina. Tra i poveri. Tra i ricchi. Vecchi, bambini, malati, sani. Tutti e dappertutto.
Alla fine molte parole mi sono rimaste dentro, e lì dentro le voglio lasciare. Parole buone che si sono messe dentro di me insieme alle mie cose cattive. Si è intrecciato tutto. E mi è sembrato che il Papa fosse come il mio amico, quello del cane Argo, quello che parla al plurale: cioè che il Papa parla al plurale per parlare di me e di lui. Come il mio amico con il cane: noi non possiamo entrare. Ho trovato qualcuno, il Papa, che se non entro io non entra neanche lui. E allora io entro anche per ultimo. E il Papa con me, dietro a me.

Mauro Leonardi per Avvenire

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