I gatti hanno una visione notturna sei volte migliore della nostra. In cielo vedrebbero stelle di ottava grandezza, mentre noi ci fermiamo alla sesta. La galassia di Andromeda per un gatto è una luminosa piccola nube di forma ovale, per noi un flebile chiarore quasi indistinguibile. Altrettanto vale per la nebulosa di Orione e ammassi globulari di stelle come M 13 nella costellazione di Ercole.  

E’ come se i gatti disponessero di un piccolo binocolo naturale. La loro capacità di vedere al buio è dovuta a due fattori: la pupilla dei felini si adatta all’oscurità dilatandosi fino a diventare il doppio della nostra, il che equivale a catturare quattro volte più luce; inoltre dietro alla retina hanno uno strato di cellule che funzionano come un catarifrangente permettendo alla cellule fotosensibili di sfruttare tutta la luce che entra dalla pupilla. Quando nelle tenebre scorgiamo gli occhi luminosi e anche un poco inquietanti di un gatto, stiamo in realtà guardando lo strato di cellule catarifrangenti: nella terminologia scientifica, il “tapetum lucidum”. 

I gatti in amore miagolano alla Luna ma non hanno sviluppato una astronomia felina. Saggiamente applicano la loro buona visione nel buio alla caccia ai topi, che sono animali notturni, per di più con un colore scuro che li aiuta a mimetizzarsi. A parte la sensibilità alla luce, l’occhio del gatto non è migliore del nostro. Anzi, manca della visione a colori: la sua retina è ricca di bastoncelli, cellule che però si limitano alla visione in bianco e nero, e ha solo due tipi di coni, le cellule per la visione colorata, mentre noi ne abbiamo tre. Il mondo dei gatti è come quello dei daltonici: il rosso appare verde e il viola sembra blu. Niente di grave per loro: i colori di notte sono sfumature di grigio e il daltonismo può aiutare a distinguere qualcosa di interessante su uno sfondo confuso. Il campo visivo felino è un po’ più ampio di quello umano, ma la visione da vicino è sfocata: vedono meglio da lontano e hanno una grande capacità di percepire qualcosa che si muove, dote preziosa per un cacciatore, così come la visione stereoscopica data dagli occhi frontali (gli erbivori, che non cacciano ma brucano, li hanno laterali). 

Insomma, in natura non esiste l’occhio migliore in assoluto: ogni occhio si è adattato al compito che deve svolgere. Lamberto Maffei, illustre neuroscienziato che si è occupato molto di percezione visiva, già presidente dell’Accademia dei Lincei e ora vicepresidente, ha voluto studiare il famoso “occhio di lince”. L’esito è stato che la lince ha una buona visione crepuscolare ma per il resto forse avrebbe bisogno di un oculista. 

Nonostante la loro ottima visione notturna i gatti non sono diventati astronomi. In compenso sono psicologi e psicoterapeuti nati. Ce ne parla lo psichiatra Matteo Rampin nel libro “La scelta del gatto” (Edizioni Ponte alle Grazie, 126 pagine, 13 euro), scritto con i colleghi Lara Fanna e Matteo Loporchio. Oltre a vedere bene al buio, il gatto cade in piedi, guarda il mondo dall’alto, sa godersi la vita riposando 18 ore al giorno, gioca e lavora nello stesso tempo, esplora, è solitario e sociale a seconda delle situazioni, è seduttivo ma non solo per il proprio tornaconto. Tutti comportamenti che Matteo Rampin traduce in metafore psicologiche utili a risolvere problemi esistenziali. In più, accarezzare un gatto che ti ricambia facendo le fusa, procura un sottile ineffabile benessere perché libera endorfine nel nostro cervello, e le endorfine sono le molecole del piacere. 

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