Ho avuto molti animali nella mia vita. Cani, gatti, una civetta caduta nella canna fumaria e raccolta tra la cenere del camino, qualche pesce rosso e un coniglio bianco. Ciascuno di loro ha segnato l’inizio e la fine di una stagione, un po’ come le fidanzate, ma sicuramente Rosso ha superato tutti gli altri per bellezza e intelligenza. Era un cane umile, che non si arrendeva mai.

Camminava sempre qualche passo avanti a me per proteggermi dai pericoli, e gli bastava un bastone marcio per essere felice. Lo ricordo ancora mentre sul tavolo del veterinario cercava di agitare la coda rivolgendomi uno sguardo cupo, che sapevamo entrambi sarebbe stato l’ultimo.

Chissà cosa avrei deciso in quel momento se mi avessero detto che potevo averne un altro. Non uno qualsiasi, ma proprio il mio Rosso. Lo stesso cane con il quale per nove anni avevo condiviso ogni giorno.

Ne avrei dovuto avvolgere il corpo con degli asciugamani bagnati e riporlo nel frigorifero per qualche ora, prima di spedirlo ai biologi della Fondazione Sooam a Seoul, in Corea. Loro mi avrebbero rimandato indietro un nuovo Rosso. Identico in tutto e nuovamente cucciolo.

La Sooam Biotech Foundation infatti è l’unica organizzazione al mondo capace di clonare cani. Per centomila dollari estraggono il DNA da un corpo e in pochi istanti lo soffiano dentro una nuova cellula.

«Sono le black cell, cellule nere che sono estratte dalla madre che presterà l’utero. Le puliamo del loro DNA originario trasformandole così in pagine vuote su cui scrivere una nuova vita», spiega Woo Suk, il biologo che qui chiamano lo Jedi, perché come in Guerre Stellari, nessuno meglio di lui conosce la forza della clonazione. Con chirurgica leggerezza, sotto le lenti del microscopio, muove le cellule come fissero bolle di sapone e sposta i DNA a suo piacimento.

«Depositeremo la cellula che abbiamo creato nelle ovaie di un cane che farà da madre. Non importa la sua razza, ciò che nascerà sarà comunque il cane che vogliamo», continua, mentre la sua creazione è già pronta per essere portata in sala operatoria, dove una femmina di cane che ha per nome un numero attende addormentata col ventre aperto.

Quella è la sua unica vita, partorire e allattare cani mai concepiti in box di vetro sotto la luce di un neon; queste madri sono il danno collaterale della scienza. Due mesi di gestazione, lo svezzamento in quarantena e poi il cucciolo di Jack Russel che lo Jedi ha creato, volerà in America, a riempire il vuoto lasciato del suo predecessore.

«Ci sono voluti trentamila tentativi prima di affinare questa tecnica. Clonare gatti o altri animali sarebbe più facile, ma non c’è ancora mercato», spiega il biologo Jae Wang che non nasconde l’inclinazione commerciale delle loro ricerche scientifiche e spiega che duplicare un buon DNA significa in molti casi risparmiare un sacco di soldi.

«Su dieci cani naturali addestrati per interventi speciali come l’antiterrorismo o il soccorso, solo due si rivelano all’altezza. Clonando il DNA dei migliori invece, siamo certi di non perdere tempo». E così il Governo Americano ha chiesto cinque copie di Trakr, l’eroico pastore tedesco delle Torri Gemelle. La polizia Coreana ha invece duplicato centocinquanta volte Quinn, un cane che riuscì a trovare una bambina scomparsa in quindici minuti dopo che l’intero esercito l’aveva cercata per settimane. E i Navy Seals statunitensi hanno già ordinato decine di cloni di Branco, un cane capace di saltare alle spalle del nemico e spezzargli l’osso del collo con un solo morso.

Per passare da una stanza all’altra della Sooam bisogna conoscere un codice segreto, cambiarsi camice, scarpe, mascherine e guanti. Sterilizzarsi in cabine asettiche e dimenticarsi della natura per come l’abbiamo conosciuta finora. In questi laboratori infatti non si clonano solo cani, ma si creano maiali e mucche per alimentazione umana e sperimentazione, e si sta anche per riportare in vita un Mammuth. Lo scioglimento dei ghiacci artici ha svelato resti integri di questo animale scomparso dieci mila anni fa e la Sooam sta investendo molte risorse per completare la mappa del suo DNA e farlo rivivere nelle steppe siberiane.

«Vogliamo ricostruire l’ecosistema di un tempo per salvare la biodiversità artica. E tra un paio di anni potremmo avere un mammut in carne e ossa», spiega ancora Jae Wang mostrandomi su una lavagna luminosa come secondo lui riportare in vita il passato possa aiutare il nostro futuro.

Le sue parole sembrano al limite della credibilità, ma la possibilità di tornare indietro nel tempo pur di lenire le nostre angosce, sembra affascinare molte persone. Sono più di cento i cani che qui vengono clonati ogni anno per gli uomini più facoltosi del pianeta. USA, Inghilterra e Germania sono i principali clienti ma da ogni angolo del mondo, Italia compresa, arrivano richieste di congelare il DNA del proprio fido per quando questo non ci sarà più.
«Con la scomparsa di Dylan avevo perso un pezzo di me. Era il vuoto ad ogni passo», racconta l’inglese Laura Jacques, trent’anni, la metà dei quali trascorsi insieme al suo Boxer. Nei giorni successivi alla sua morte, Laura vide un servizio in tv nel quale una coppia di San Francisco raccontava di aver fatto clonare il proprio Labrador. Non ci pensò due volte e dodici giorni dopo l’equipe biomedica della Sooam stava impiantando il DNA di Dylan in una black cell.

«Sono volata fino in Corea per vederlo rinascere. Non credevo ai miei occhi. Era il 25 dicembre, ed è stato come festeggiare cinque Natali insieme», aggiunge Laura, con la voce ancora rotta dall’emozione.

Non si può dubitare della sua gioia, né di quella delle persone che come lei nel duplicato transgenico trovano la continuità del loro amore. Ma dopo aver visto nascere un Chihuahua da un Pastore Tedesco, ho ripensato al giorno in cui dovetti salutare il mio Rosso.

E mi sono detto che non tornerei indietro, perché la fine è parte della vita. E poi Rosso, è solo andato più avanti di me, per vedere se ci sono pericoli.

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