Un paese che è diventato l’emblema della lotta all’illegalità vive un'”altra” illegalità, dalla quale non riesce a liberarsi. Casal di Principe, terra di clan che lo Stato ha in gran parte affrancato da una penosa e annosa schiavitù, combatte con un fenomeno che le sta dando un altro primato: il randagismo. Più avanti diremo anche di un altro triste record: il maltrattamento.

E’ di poche ore fa una notizia-choc postata su Facebook da una animalista che ha chiesto aiuto scrivendo: “Come da tradizione, in questo periodo il mio vicino di casa preleva un randagio e lo lega vicino alla ruota di un trattore con un corda corta quanto la lunghezza di una mano, senza cibo, acqua, per farlo morire lentamente entro l’estate. Sarà il decimo cane che vedo morire con la stessa procedura. Li vedo dimagrire lentamente fino a che muoiono. Una volta un cane morto lo ha tenuto nel cortile per settimane”. E’ girata viralmente sui social, la notizia, e ieri mattina il cane è stato liberato. Ora cerca casa. Una casa vera, legale, dove venga rispettato. 

Mille erano i cani senza proprietario a Casal di Principe secondo i calcoli del sindaco, Renato Natale, lo scorso anno. Un sindaco che ha riportato la legalità dopo aver molto combattuto. E che sulle scrivanie del Comune al suo arrivo ha trovato una situazione debitoria nei confronti dei canili convenzionati a dir poco preoccupante: i suoi predecessori non si curavano di un fenomeno che spetta al primo cittadino, come prescrive il DPR 31 marzo 1979, un decreto del Presidente della Repubblica che compie ora 37 anni: da quasi mezzo secolo i sindaci sono i tutori degli animali del territorio che governano, ma non tutti loro ne sono consapevoli.

Una situazione, quella dei debiti di Casale, che ha fatto chiudere i cancelli alle richieste degli animalisti che volevano dare una mano nella soluzione del problema, sempre più allarmante. 
Qui bisogna aprire una parentesi. Napoli ha una situazione di privilegio, se così si può dire, che ha una sua unicità in Campania: se vedete un cane ferito per strada, chiamate l’ambulanza, nè più nè meno che per una persona (come anche per gatti, colombi, gabbiani, altri selvatici di ogni specie, ecc), il cane viene soccorso, se è “del sindaco”, ossia non è registrato a un proprietario, viene curato, sterilizzato o castrato e reimmesso sul territorio dov’era stato prelevato e – si presuppone – viene solitamente accudito. E questo grazie a un’ordinanza del sindaco di Napoli che viene sempre rinnovata, in sinergia con il lavoro della Asl Veterinaria Napoli 1 Centro, che ha sede all’ospedale del Frullone. Ossia, qui le leggi, le normative, hanno funzionato e funzionano. Offrono un servizio.

E lo forniscono sempre, in ogni caso. Non così funziona per gli altri Comuni della Regione. Già in provincia di Napoli le cose vanno diversamente, e bisognerebbe approfittare della Città Metropolitana per uniformare la famosa ordinanza della reimmissione (che, oltretutto, evita il più possibile il danno del canile al cane e i vitalizi pubblici ai titolari di questi luoghi non sempre di paradiso) estendendola a tutta la ex provincia di Napoli, almeno. Il presidente del Consiglio regionale De Luca, poi, dovrebbe finalmente mettere mano alla legge 16 del 2001, quella che applica a livello regionale l’anagrafe canina contro il randagismo e la tutela degli animali d’affezione la legge nazionale 281 del 2001, alla quale da due anni ormai sono state proposte da Lav, Lega nazionale del cane e Garanti diritti animali di Salerno e Napoli, opportune modifiche di aggiornamento.

E nessuno le ha neppure degnate di uno sguardo. C’è molto da fare, ancora. Ma relegare il randagismo a ultimo dei problemi, in luoghi come i nostri, dove “di guai ce ne sono di peggiori”, è quanto di più sbagliato. I cicli vitali dei cani non aspettano. Due calori e due cucciolate all’anno con una media, ipotizziamo, di 6 cuccioli a cane. E’ passato un anno, dalle stime del sindaco di Casale: mettiamo che le femmine, su 1000, fossero la metà, 6 cuccioli a testa e un minimo picco di mortalità pre e postnatale, i cani sarebbero già 5000 più i 500 maschi, totale 5.500 cani nel giro di 12 mesi. 

Non sembra inverosimile, ad ascoltare le denunce degli animalisti di Casale: che si sono costituiti in associazione almeno su Facebook, aprendo la pagina “Animalisti di Casal di Principe”.  

“In pochi giorni da 100 iscritti ora ne abbiamo 1.600 – spiega Rossella Landolfo – Grazie a quella pagina realizziamo le adozioni, facciamo girare video, e segnalazioni come quella di poco fa, che ha permesso di dare sostegno alla denunciante, per liberare il cane tenuto prigioniero da un proprietario irresponsabile, spesso poco sobrio, un cane che altrimenti sarebbe morto, facendo la fine dei suoi predecessori. Ma se sterilizziamo dei cani dobbiamo pagare da noi – prosegue la volontaria – tenerli in stallo in attesa di adozione a nostre spese. Siamo completamente soli. Non abbiamo alcun aiuto”. 

Grave, gravissimo. I randagi devono essere sterilizzati per legge, non a carico del contribuente, pena la crescita esponenziale e la formazione di gruppi di cani semi-selvatici, contro i quali poi cresce l’uso indiscriminato della polpetta avvelenata. I ragazzi di Casale hanno provato a chiedere aiuto alle istituzioni, “perché da solo il nostro veterinario amico, che ci aiuta, non ce la può fare”.  Ma le istituzioni devono correre su due gambe, e lì ne hanno una sola: sono solo 3, i vigili urbani di Casal di Principe, il sindaco non può usufruire dei canili, l’Asl di Aversa non fa fronte al numero imponente di cani sui quali intervenire. E intanto le nascite non si fermano. I gruppi (improprio il termine “branchi”) aumentano. Nei guai non è solo l’entroterra casertano. Sulla costa non ridono: anche il Comune di Vico Equense lavora a contromisure per i semi-selvatici del Monte Faito.

La Asl di Napoli ha in corso un tavolo sull’argomento. Teleanestesia e, perché no, istruttori cinofili insieme con i veterinari, un’accoppiata già dimostratasi vincente, aiuterebbero. Pensate: c’è un veterinario casertano che detiene il record di anestesie sparate con il fucile, senza mai mancare l’obiettivo, va spesso in Kosovo e in Romania, dove l’ignavia delle istituzioni e le guerre hanno generato una mostruosa popolazione canina: così le catture più difficili dei cani semi-selvatici, e la loro sterilizzazione e reimmissione è possibile. Perché noi non dobbiamo finire

come la Toscana, dove insieme con i poveri lupi, che a proprio piacimento gli enti pubblici e i politici  introducono e poi decidono di eliminare, nella trappola del malgoverno cadranno anche i cani, quelli che noi stessi, con la nostra incapacità, abbiamo reso distanti dall’amico di sempre, l’uomo. 

*** Se volete segnalare delle storie o casi da risolvere scrivete a s.cervasio@repubblica.it e/o a napoli@repubblica.it, Twitter @stellacervasio1

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