educazione del cane e… del padrone

I recenti, tragici episodi di cronaca preoccupano la cittadinanza e ispirano nuovi modi per arginare le ”razze aggressive”, ma l’influenza di un padrone con scarse conoscenze cinofile è più che rilevante. Ce lo spiega Amedeo Pecoraro

di Claudio Zagara

| Pubblicata il: 12/08/2018 – 04:30:36

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“È buonissimo, non morderebbe mai nessuno”: così spesso iniziano i drammi imprevisti, ma decisamente reali, che vedono protagonisti cani che pure hanno condotto una vita tutt’altro che all’insegna dell’aggressività. Ma davvero il nostro migliore amico insieme a noi vive una vita equilibrata? Quanto siamo in grado di essere veri padroni e non solo presunti tali? Legalmente cosa significa essere padrone di un cane in Italia? Abbiamo chiesto tutto questo ad Amedeo Pecoraro di “Perros”, 29 anni, che da otto anni offre i servizi di dog sitting e pensione e da quattro quello di educazione di base. Amedeo può anche fornire una smentita vivente dell’abusata espressione “razze aggressive”: il suo Goku, pitbull di quattro anni che vive con lui da quando ne aveva uno, era tutt’altro che socievole e integrato; grazie a un certosino – e mai improvvisato – lavoro quotidiano, oggi si è trasformato in un compagno di vita ideale. Per questo e tanti altri motivi, Amedeo ha le idee chiare: non ci sono scorciatoie e vie di fuga, avere un cane è una delle cose più serie della nostra vita e dev’essere affrontata con estrema cautela, dal padrone e dalla legge.

D: Quando si parla di cani e della loro educazione, nasce sempre un dibattito. Cosa c’è di sicuramente vero e imprescindibile nell’avere e allevare un cane?

R: “Sembra banale ricordarlo, ma assicuro che non lo è: un cane è un essere vivente. La più famosa teoria di Abraham Maslow illustra come i bisogni di tutti gli esseri viventi siano ‘propedeutici’ ad altri. Ecco, un cane ha dei bisogni che vanno categoricamente soddisfatti e oltre al bisogno delle regole, possiamo considerare fisiologici anche quello di un lavoro e quello di un leader. Da solo il cane muore, metaforicamente e non. Per cui, le persone dovrebbero ragionare di più sul fatto che avere un cane significa avere un essere vivente. Molti clienti mi dicono: ‘Ti do il cane, poi lo vengo a riprendere bello e pronto’. Non è così che funziona. Io lavoro prima di tutto sul padrone. E ‘Sai com’è, io lavoro’ non è una giustificazione! Perché hai preso il cane allora? Il cane non ha bisogno né di tempo né di spazio: il cane ha bisogno di tempo nello spazio delle persone”.

D: Padroni indisciplinati o cani aggressivi? Questo dubbio si presta a tantissime interpretazioni, giuste o sbagliate, ma soprattutto torna attuale dopo i recenti fatti di cronaca che hanno visto protagonisti cani capaci di aggredire violentemente anche i loro stessi compagni di vita.

R: “Vorrei dire subito una cosa sulle cosiddette ‘razze aggressive’, tra le quali ad esempio figura il pitbull. C’è da dire che questa razza ha sì una certa aggressività, ma di tipo intraspecifico, ovvero nei confronti degli altri cani. Non è nella natura del pitbull quindi aggredire un umano. Vero, ci sono razze “progettate” per i combattimenti, ma combattimenti non sono mica tra cani e persone! Questo dettaglio, anche se sembra logico e scontato, in realtà è fondamentale. I fatti recenti hanno sicuramente riportato l’attenzione su un fenomeno che va contrastato, e anche la sola educazione del binomio [cane e padrone] può fare miracoli. A un cane forte e pieno di energia come un pitbull, o a uno tipicamente da difesa come un rottweiler o un pastore tedesco, può bastare poco per non avere più le condizioni ideali in cui vivere. Sappiamo che l’aggressività può venir fuori per due motivi: per paura o per dominanza. Ma col senno di poi, quando ormai il danno è avvenuto, tutto ciò lascia il tempo che trova. Si dovrebbe piuttosto fissare una nuova partenza, trovare nuove forze e nuove idee per prevenire episodi come quelli degli ultimi mesi, nei quali hanno avuto la peggio anche bambini”.

D: Di nuove partenze ha parlato il comandante della polizia municipale di Palermo, Gabriele Marchese, dopo la terribile aggressione di un pitbull ai danni di una ragazza palermitana che le è costata l’uso di un braccio. Come giudichi la sua proposta di un patentino per padroni?

R: “Una patente potrebbe essere un ottimo punto di partenza. Quello che non mi è ben chiaro però, leggendo le parole di Marchese, è se l’idea abbracci i cani di tutte le razze o meno. Il riferimento alle cosiddette ‘razze pericolose’ o ‘aggressive’ è abbastanza relativo: come si fa a stabilire al 100% che i cani al di fuori di queste categorie siano innocui e incondizionatamente docili? Trovare un deterrente è fondamentale, ma sarebbe il caso di partire da una base comune. Per esempio, io e Goku abbiamo il CAE, brevetto valido anche per meticci che attesta l’equilibrio psicofisico del binomio. Perché intanto non renderlo obbligatorio per tutti? Poi, nello specifico, si potrebbe procedere a un patentino speciale per quelle razze i cui geni attestano una propensione a una certa aggressività. Un patentino darebbe in primis una conoscenza cinofila di base e permetterebbe di far vivere meglio il cane, ma andrebbe regolamentata tutta una serie di ‘se’: ad esempio, se il padrone non prendesse il patentino e se ne fregasse, che succederebbe? Che sorte toccherebbe al cane se non riuscisse a superare i test previsti? E poi ancora, le adozioni che non hanno un vero e proprio criterio – nei fatti basta poco per portarsi a casa un cane da un rifugio – andrebbero viste come qualcosa di estremamente serio, con un preaffido imprescindibile, e responsabilizzando il volontario sulla persona a cui si accinge a consegnare una vita. L’argomento andrebbe trattato senza alcuna approssimazione”.

D: Sarebbe bello che ci raccontassi un caso risolto di “cane problematico” che grazie al recupero e all’educazione oggi è inserito nella società.

R: “Vediamo… C’è Morgana. Un cane molto particolare, trovato a Palermo nei pressi del CTO in condizioni che un addestratore potrebbe quasi definire ‘da incubo’: aveva appena fatto i cuccioli e probabilmente non aveva mai avuto un vero contatto costruttivo con l’essere umano. La sua aggressività interspecifica – nei confronti degli esseri umani – è stata difficile da superare. Con l’aiuto del personale di una pensione finanziata da una ragazza portoghese e tanta, tanta pazienza, siamo riusciti a mettere insieme i pezzi della personalità di Morgana: affetto, dolcezza e fedeltà sono diventati delle prerogative nella sua vita, ma vi assicuro che prima di allora non riusciva a star ferma un attimo, anzi… Dalle telecamere di sorveglianza ci accorgevamo come a ogni buona occasione cercasse di fuggire, portando con sé i cuccioli. Certo, Morgana è una goccia nell’oceano, ma penso sia importante raccontare storie di recuperi riusciti come questa. Che vita aveva Morgana? E i suoi genitori? Questi cani avevano dei padroni? Come venivano trattati? Non avremo queste risposte, ma abbiamo un cane sano e felice. I cani problematici esistono, non c’è dubbio, ma ancora in pochi si sono accorti di quanto problematici possano essere i padroni”.

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